Young Digital Lab è un modello formativo dedicato alla comunicazione al tempo del Social Web, un laboratorio itinerante destinato alle aziende che vogliono comprendere le opportunità offerte dal nuovo Web, e i cambiamenti che esso impone, attraverso lo sguardo e le parole di alcuni tra i giovani che più si stanno affermando nel panorama del Web marketing italiano. Una tavola rotonda in cui a parlare di social media marketing sono tutti giovani sotto i 30 anni esperti nelle diverse tematiche relative a questa attività. Eventi permeati dalla filosofia e cultura della collaborazione, in cui il pubblico al pari dei relatori crea un evento ogni volta diverso dagli altri.
Segnalo la prossima iniziativa di Young Digital Lab che si terrà l’1 e il 2 Luglio (per entrambe le giornate dalle 09.00 alle 18.00) a Rimini presso la sala workshop di Manager Zen Area il secondo evento formativo - a pagamento - (scarica il programma) riguardo il Social Media Marketing: format ideato da alcuni amici come Michele, Simone e Stefano.
Per approfondimenti ti lascio un’intervista di Michele dove spiega il progetto. A seguire la prima giornata dei lavori ci sarà la Young Digital Night, evento nell’evento dedicato alla musica elettronica. Parteciperò sia alla sessione del primo giorno sia alla festa serale
Ciao
Adriano
[UPDATE 28/06/10] mi comunicano che purtroppo l’evento di Rimini è stato annullato per motivi organizzativi
Nelle varie riflessioni e considerazioni del rapporto tra Personal Branding e Corporate Branding, Shel Israel mette un’altra milestone riguardo la stretta correlazione del personal branding e della reputazione della persona.
Dando per assodato che l’attenzione principale è su ciò che le persone vogliono e hanno bisogno piuttosto che cercare di convincerli a comprare un prodotto: il marketing parla alle persone non sul prodotto. I social media permettono ai mercati di tornare a parlare con le aziende. I consumatori possono gridare, chiedere o suggerire e spesso ottenere risposte … invece di essere disdegnati possono ricevere rispetto. Le “marche personali” sono molto più umani dei marchi aziendali nel senso che i marchi personali stanno ridisegnando i marchi aziendali.
Se scriviamo sui nostri blog … se pubblichiamo i nostri twitt … se ci impegnamo a collaborare utilizzando questi strumenti, tutto questo ci permetterà di plasmare un nostro web basato sui nostri interessi e sulle nostre esigenze, indirettamente saremo apprezzati per questo … anche quando cercheremo un nuovo lavoro e un potenziale datore di lavoro valuterà la nostra reputazione sul web in base a quello che abbiamo scritto negli anni e al rapporto che abbiamo con i nostri amici nei vari network.
Come se emergesse una sorta di Market Engagement Optimization (MEO) pensando a come fare a preparare i dipendenti in modo che creino il maggior valore: se i dipendenti sono incoraggiati a essere portatori di “fiducia” nel mercato che in cui spendono il nome della loro azienda, saranno in definitiva più efficaci ed efficienti rispetto ai concorrenti che non approcciano al mercato con queste strategie. In realtà, questa ottimizzazione è solo un’altra parte del Social Media Marketing, è un quadro olisticamente migliore, una leva sociale dei media e di altre tecnologie emergenti come punto primario di partecipazione con il mercato. In poche parole, l’arte e la scienza di “servire” il mercato e massimizzare il ritorno sulla partecipazione. Si inizia con una cultura che rispetti i consumatori e che mette a frutto le passioni dei suoi dipendenti a partecipare al mercato.
Da questa premessa si capisce perchè stra-quoto l’opinione di Simone su questo discorso, l’accezione del Corporate Identity fino a come le aziende l’hanno interpretato oggi sta cambiando … quando parlo con un marchio voglio parlare con la gente, non con un logo. I social media hanno dato voce alle persone dentro e fuori l’azienda, stiamo assistendo alla caduta del Muro del Corporate Brand, ad oggi è indispensabile che le aziende diano una voce umana al brand.
Lavorare con Internet signifca lavorare con le persone: l’utente è la piattaforma. Non basta aprire account aziendali sui social network, occorre permettere alle persone che lavorano nel team aziendale di potersi gestire un propria presenza online e dei propri spazi sul web, il valore aggiunto sta nella possibilità di poter parlare assieme e con i consumatori: loro sono i valori aziendali, loro sono il brand!
Arrivati a questo punto una bella domanda sarebbe chi “possiede” la conversazione nei Social Media? I dipendenti creano quotidianamente delle connessioni personali e costruiscono delle relazioni con la propria community. Parlano, condividono, si confrontano con la rete … rafforzando il legame tra l’azienda e gli utenti dei prodotti e servizi forniti dall’azienda.
Tutti questi ragionamenti li vedo in primis nella giornata lavorativa quotidiana … Adriano nasce Markettaro e (quando sarà ora) vuole morire da Markettaro, non c’è niente di più soddisfacende nella mia vita professionale (aka Marketing Is My Life), ho l’opportunità di vivere a pieno quello che faccio e poter trasferire la passione per questo lavoro è edificante.
Guest Post di Claudio Cecarini - Marketing and Communication Assistant
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Master in social media marketing, quale utilità?
Girovagando per la rete a caccia di master universitari, mi sono imbattuto in quello che credo sia il primo master, nell’ambito della vasta offerta universitaria inglese, dedicato ai social media. Ad offrirlo è l’università di Birmingham City (ex University of Central England) che da quest’anno ha cercato di rinforzare la sua offerta offrendo corsi mirati a soddisfare le esigenze del mercato inglese.
La nascita di questo corso, a cui viene contestato di essere “troppo semplice“, ha innescato diverse polemiche (vedi questo articolo comparso sul Daily Telegraph). Insomma davvero, si chiedono alcuni studenti, abbiamo bisogno di un master di un anno per imparare ad “usare Twitter”? Ovvero: i social media sono facili e tutti siamo in grado di usare Facebook e Twitter da soli quindi a che pro frequentare un Master? L’altra critica è: oggi usiamo Facebook, domani chissà … ergo i saperi trasmessi da questo corso saranno presto superati.
Banalizzazioni di questo tipo non sono nuove e riflettono tutti gli scetticismi (e i pregiudizi, molto spesso fondati per la verità) di molta opinione pubblica inglese verso i famigerati “Mickey Mouse degrees“. Sappiamo tutti che usare una piattaforma per fare business è un altro paio di maniche rispetto al nudo saper-fare tecnico. E sappiamo anche che certi saperi sopravvivono a qualunque cambio di piattaforma.
Le perplessità maggiori, per quanto mi riguarda, vengono dal dubbio che forse un master di un anno potrebbe non essere lo strumento migliore per avvicinarsi ai Social Media. Specialmente se non si affrontano casi reali e problemi concreti, si rischia di affogare nella teoria. Ovviamente dopo questo corso ne sono spuntati subito degli altri: alla Salford University di Manchester o alla prestigiosa City University of London (che secondo me non fa altro che offrire un corso di media studies con un tocco di 2.0 che fa tanto cool). La risposta alle critiche, da parte del direttore del corso di Birmingham City, Jon Hickman non è tardata tuttavia ad arrivare ed il corso sembra comunque aver riscosso molto interesse. Forse mi sbaglio e probabilmente il pragmatismo inglese farà di questi corsi qualcosa di veramente spendibile sul piano lavorativo, andando a colmare quella che è una vera lacuna dei corsi di marketing tradizionali ed è sempre di più sentita come una necessità da parte delle aziende. Da ex-studente di Scienze della Comunicazione, però non possono che venirmi in mente le parole del mio professore di Diritto dell’Informazione: è difficile supporre che una persona si trasformi magicamente in un buon comunicatore per merito di un corso di laurea.
E alla domanda se davvero abbiamo bisogno di un master di un anno per imparare ad “usare twitter” tu cosa risponderesti?
“Aspettative. Il gioco era partito con una proposta durante la cena di fine anno con il Club. Era fine dicembre 2008 e, scherzando, mi ero rivolto a Mike chiedendogli se potevamo organizzare un meeting per parlare di web 2.0. Quello che avevo in mente era far capire alle persone che lavorano in azienda come generare maggior valore e gratificare i propri collaboratori nel produrre informazioni visibili agli altri. Ci sono grandi piattaforme oggi per far questo anche a costi contenuti. A metà gennaio 2009 eravamo al lavoro, nei ritagli di tempo, per realizzare quello che poi avreste sentito dalla rete attraverso la voce di Luca, di Anna e di tanti altri in rete. Un ringraziamento anche prima di cominciare ad Adriano ed Ilaria.”
La passione per il mio lavoro, la fiducia incondizionata per i colleghi, la stima per alcuni cari amici “Open Mind People”…. solo facendo un mashup di questi elementi puoi avere un idea di quanto sia per me importante “Creare conversazione dentro e fuori l’azienda” e di quanto impegno ho messo per organizzarlo.
Da ora in poi l’evento è tutto tuo: non potrò fare a meno della tua partecipazione attiva alla conferenza, delle tue domande da porre agli speaker e delle tue considerazioni riguardo i temi principali delle due tavole rotonde.